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STORIA - IL MESSIA D'ABRUZZO
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Tramonto

Don Oreste De Amicis

Il "Messia d'Abruzzo"

 

ORESTE DE AMICIS - IL "MESSIA DELL'ABRUZZO"

Un singolare personaggio di Cappelle, vissuto nel secolo scorso, ebbe larga rinomanza ai suoi tempi, e non solo in Abruzzo, è dopo la morte ispirò l'opera di studiosi e scrittori. Le notizie più precise sulla sua vita e sulla sua attività di fervido predicatore le troviamo in un opuscolo del noto folclorista abruzzese Antonio De Nino, che lo intervistò poco prima della morte e raccolse documenti e testimonianze da diverse fonti. . ,


Oreste De Amicis nacque il 27,aprile 1824 a Cappelle, allora frazione di Montesilvano, e nella fanciullezza fu educato da uno zio materno, Don Vincenzo De Philippis, parroco del luogo. Proseguì la sua formazione nel Convento dei Minori Osservanti di Rapino, dove si trovava un altro zio materno, Padre Tommaso da Tollo, che, oltre ad educarlo, gli ispirò sentimenti liberali. Seguendo questo congiunto, il ragazzo fu poi nei Conventi di Francavilla è di Ripa Teatina; tornò a Cappelle verso i 17 anni, già divenuto "giovanotto dì belle forme" e capace di predicare, come faceva in pubblico, ricevendo applausi e doni. Recatesi a Chieti con l'intento di farsi Gendarme di Cavalleria, durante là notte passata in albergo, ispirato da un'immagine della Madonna, decise di prendere i voti. Recatosi perciò in Ortona, fu accolto nell'ordine cappuccino, previo consenso del padre. Il suo noviziato si svolse a Sulmona, "col più stretto rigore", come dice il De Nino. Nella stessa città conobbe un tale Simplicio Di Rienzo, noto per la sua esaltazione mistica: da questo incontro, forse, il giovane De Amicis trasse il primo stimolo al suo messianesimo.


Da Sulmona egli passò a Luco, a Borgocollefegato, quindi a L'Aquila, dove rimase tre anni e poté approfondire la sua preparazione culturale e la sua adesione alle idee liberali. Leggeva infatti le opere del Gioberti, del Rosmini, del Leopardi, del Foscolo, del Rossetti; entrò in rapporti con alcuni liberali aquilani come Luigi Dragonetti. La sua visione rinnovatrice della religione si esprimeva allora nell'auspicio che durante le funzioni religiose si adottasse la lingua italiana, invece del latino, incomprensibile per le masse dei fedeli.


Tra il 1840 e il 1848 De Amicis, che ora si chiamava Fra' Vincenzo da Cappelle, passò da un Convento all'altro: Teramo, Catignano, Tocco da Casauria, Loreto Aprutino, L'Aquila, Ofena, Amatrice, Penne furono le tappe di questo periodo della sua vita.

Nel febbraio 1848, al momento della concessione della Costituzione da parte del Re di Napoli Ferdinando II, egli si trovava nel Convento di Cermignano, dove i frati liberali erano in prevalenza; con i liberali del paese fra' Vincenzo fece festa, declamando la poesia All'anno 1831 di Gabriele Rossetti, e così pure festeggio la libertà ad Atri e Città S. Angelo. Ma si trattava di un'illusione: ben presto la situazione si rovesciò, le forze reazionarie ebbero il sopravvento, e De Amicis fu costretto a restare, come relegato, per sei mesi nel Convento di Penne. Ne fuggì, deciso a lasciare l'ordine e divenire prete. Con questo intento si reco clandestinamente a Roma, per ottenere la necessaria dispensa papale; ma anche a Roma dovette restare per qualche tempo relegato in Convento. Infine, per intercessione del Card. Orioli, ricevuto in udienza da Pio IX, ottenne la richiesta secolarirrazione e nel 1850 poté cantare Messa a Cappelle, riprendendo il suo nome.


Dopo essere stato Cappellano dell'Oratorio della Croce a Pietranico, nel 1851 fu nominato coadiutore del Parroco di Cappelle Don Vincenzo Candelore e, alla morte di questo, nel 1856, divenne lui stesso Parroco. Gli anni di questo suo incarico religioso nel paese natio furono quanto mai esemplari: Don Oreste svolgeva edificanti attività parrocchiali, prodigandosi nell'assistenza ai poveri, nell'insegnamento ai fanciulli, nell'animazione delle cerimonie religiose. Nel frattempo continuava a nutrire sentimenti liberali, mantenendo contatti con noti esponenti del liberalesimo abruzze-se, come Clemente De Caesaris, anche quando erano rinchiusi nella fortezza di Pescara.


Fu perciò con vero giubilo che accolse le notizie, nel .1860, della spedizione dei Mille che liberò il Regno di Napoli dalla monarchia borbonica, consentendo l'unità d'Italia. Al nuovo re Vittorio Emanuele II, di passaggio per l'Abruzzo, don Oreste presentò personalmente una supplica in favore della sua Parrocchia, ottenendone il dono di trecento ducati. Ma una dolorosa circostanza venne a turbarlo profondamente. Una sua cugina, Rosalia De Amicis, monacatasi a Chieti, si ammalò gravemente; don Oreste, che le era legato da un sentimento più che amichevole, dapprima la assisté con ogni cura, e dopo la sua morte (ne aveva seguito il funerale leggendo poesie di Leopardi) fu preso da uno strano turbamento, che lo indusse a ritirarsi dal mondo. Al ritorno da un pellegrinaggio a Santo Spirito di Maiella, si chiuse in un piccolo corridoio posto tra il Cimitero e la Chiesa di Cappelle, non uscendone quasi mai e trascorrendo le sue giornate in meditazione e preghiera dinanzi a dodici teschi che aveva collocati in altrettante nicchie. Questo luogo, che chiamava "La Camàldòla", fu il suo romitaggio per sei o sette anni.


Don Oreste avrebbe voluto aderire all'ordine dei Camaldolesi, ma non vi fu accettato. Venduto un fondo del valore di circa 5.000 lire, si allontanò da Cappelle per una serie di viaggi nell'Italia del Nord e in Svizzera, dove visitò i Santuari più famosi ed ebbe modo di conoscere alcuni personaggi allora ben noti nel mondo della politica. Nel frattempo gli amministratori comunali di Cappelle gli avevano tolto l'uso della casa egli emolumenti da maestro elementare. Egli reagì con una violenta protesta, pubblicata in occasione del Corpus Domini del 1866. Ne seguì un processo per diffamazione, dal quale uscì condannato a una multa.


Angustiato da questi dissensi, don Oreste decise di rientrare nell'Ordine dei Cappuccini e fu inviato in Corsica, dove restò circa tre anni nei Conventi di Bastia e di Lora. Fu in questo periodo che maturò il suo proposito di farsi banditore di una radicale riforma religiosa, basata sul ripristino degli aspetti primigeni del Cristianesimo, sul culto della Vergine, sulla semplificazione dei rituali, in modo da permettere un più immediato accesso degli umili alle espressioni della Fede.


Tornato a Cappelle, si nominò Apostolo d'Italia, poi Apostolo d'Europa, infine Novello Messia, e cominciò un'intensa opera di propaganda, facendo seguaci tra le classi più umili della popolazione: aderirono alla sua predicazione contadini, artigiani, braccianti, donne del popolo, non solo di Cappelle, ma di molti paesi vicini, da Castellammare a Pianella, da Città S. Angelo a Civitaquana, da Montesilvano a Collecorvino, a Brittoli, a Picciano, e via dicendo. Don Oreste, che vestiva una tunica rossa e un manto celeste, portava capelli e barba lunghi, "alla nazzarena", impugnava una mazza di ferro dal grosso pomo, otteneva dai suoi seguaci piena ubbidienza; li soprannominava con i nomi dei personaggi più noti citati nella Bibbia, formando intorno a sé una piccola corte di santi: aveva vicino un San Pietro, un San Michele Arcangelo, un San Giovanni, un San Matteo.una Sant'Anna, una Madonna Addolorata, una Santa Maria Maddalena, e così via; alcuni di questi seguaci, come lui, indossavano panni che ricordavano gli abbigliamenti dei primi cristiani e facevano vita in comune col Messia.


Dopo una serie di conflitti col nuovo Parroco di Cappelle, Don Raffaele Prosperi, che si rifiutava ovviamente di cedergli la Chiesa, don Oreste cominciò una serie di missioni in Abruzzo e anche fuori regione: nel 1872, ad esempio, si recò a predicare nella Basilica di San Pietro a Roma, ma ne fu scacciato dai sacrestani; la forza pubblica invece, lo allontanò dalla Cattedrale di San Giustino a Chieti e da Francavilla. Più volte questa sua insistenza nel predicare la nuova religione provocò interventi di Carabinieri e provvedimenti di arresto, seguiti da processi che tuttavia si risolvevano in proscioglimenti con la dichiarazione di "monomania religiosa". In altri termini, don Oreste era considerato dalle autorità, ostili alla sua attività missionaria, come un mentecatto da emarginare: le sue idee potevano diventare pericolose per l'ordine pubblico. Diverso il giudizio che ne dava il popolo: alcuni, seguendo l'opinione dei maggiorenti, lo prendevano per pazzo, altri invece credevano nelle sue idee di rigenerazione morale e spirituale e speravano perlomeno in un cambiamento della situazione sociale.


Comunque, nonostante le accuse di truffa che gli venivano rivolte da alcune autorità particolar-mente ostili, don Oreste visse sempre di elemosine, anzi alla fine della vita si trovò più povero di quanto lo avesse lasciato suo padre. Gli ultimi anni furono i più tristi della sua esistenza. Dopo il 1877, anno di un'ennesima carcerazione per vagabondaggio e successiva assoluzione, egli si ritirò nella sua casa di Cappelle e rinunciò alla predicazione, dichiarandosi anche pentito. Degli stessi miracoli che gli erano stati attribuiti (famoso quello del treno fermato in aperta campagna) egli diede spiegazioni del tutto umane, chiese perdono al Vescovo di Penne, ottenne l'assoluzione, anche se non volle riprendere l'ordine sacerdotale.


Morì la sera del 20 settembre 1889, all'età di 65 anni; pochi giorni prima aveva fatto bruciare tutti i suoi scritti. Ma la sua figura, come si è accennato all'inizio, ha ispirato varie opere: prima di tutto, II Messia D'Abruzzo, saggio biografico-critico di Antonio De Nino (Lanciano, 1890), che è la fonte principale delle notizie su di lui; qualche anno dopo, sulla scia del De Nino, Gabriele D'Annunzio incluse varie pagine sul Messia nel suo romanzo Trionfo della Morte (edito nel 1894). Attraverso i ricordi di un suo parente sacerdote, anche Ennio Flaiano si interessò della singolare figura di Don Oreste, dedicandogli uno scritto lasciato inedito.

La vicenda di Don Oreste è strettamente legata ai suoi tempi: tempi di rivolgimenti politici per l'Italia e di iniziali fermenti sociali, che egli interpretò sotto l'aspetto di una riforma religiosa che fosse capace, come la Buona Novella di Cristo, di migliorare le condizioni di vita dei più umili.
(Di Umberto Russo)


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